Spettacoli


I Gialli

Caso Erba, ritrattano i vicini di casa rei confessi

Garlasco, il fidanzato resta l'unico indagato

La contessa Agusta : mistero irrisolto

Il massacro del Circeo : dubbi sul cadavere di Andrea Ghira

Caso Cogne - La difesa presenta un video choc e contesta i periti

Svolta nelle indagini per la scomparsa di Denise Pipitone

Omicidio Fortugno: la verità dall'esame dei tabulati telefonici

 

Caso Erba, ritrattano i vicini di casa rei confessi

Erba – Colpo di scena nell'udienza preliminare a porte chiuse sulla strega di Erba- I coniugi Romano che avevano confessato i quattro omicidi dello scorso undici dicembre, ritrattano. Olindo Romano ha detto al Gup del tribunale di Como, "Sono innocente e sono preoccupato per la salute di mia moglie". Rosa Bazzi, che non si é presentata davanti al giudice, dal carcere ha ritrattato tutte le sue precedenti dihiarazioni. da Como, Giovanna Votano

I vicini di casa della famiglia Marzouk, avevano confessato di essere gli autori della strage delll’undici dicembre scorso. Hanno massacrato tre donne e un bimbo di appena due anni. I loro corpi sono poi stati dati alle fiamme. Senza lasciare un’impronta evidente, non una manata, neanche la suola di una scarpa impressa sulle chiazze rimaste sul pavimento. Sono stati traditi solo da un dettaglio. Avevano detto che le persiane della casa di Raffaella erano sempre aperte, invece lunedì sera erano chiuse. Da qui il sospetto, poi dimostratosi fondato, che qualcuno fosse entrato in casa prima di Raffaella e avesse chiuso mentre aspettava il suo rientro dal lavoro. Tutto in pochi minuti; come se l’assassino conoscesse le abitudini delle sue vittime. Allora gli investigatori si sono chiesti il perché della bugia dei vicini. I pompieri hanno trovato i corpi senza vita di Raffaella Castagna, 30 anni, del figlio Yousef, di due anni, della madre della donna Paola Galli, 60 anni e di una vicina di casa, Valeria Cherubini di 50 anni, accorsa insieme al marito Mario Frigerio, 60 anni, solo ferito ma in gravi condizioni.In paese, il giorno dopo il delitto, si commentava quel matrimonio misto tra la figlia del Carluccio, fondatore dell’impero dell’arredamento di lusso “Cast & Cast”, e di quel tunisino che era stato arrestato per spaccio di droga. Il giorno dopo si ragionava su un possibile regolamento dei conti. Il primo sospettato era stato proprio il marito di Raffaella, Azouz Marzouk, 25 anni. Una delle prime ipotesi della carabinieri è stata che l’uomo abbia ucciso la moglie, la suocera, il figlio e poi la vicina e ferire il marito di quest’ultima e infine appiccare il fuoco per depistare le indagini, dopo di che scappare. Però questa pista è subito svanita: l’uomo era nel suo paese natale, la Tunisia, al momento del delitto, come ha confermato il suocero. Un’altra ipotesi ventilata era stata una possibile vendetta mafiosa nei confronti di Azouz. L’uomo sarebbe responsabile di “uno sgarro” ad un clan di calabresi conosciuti in carcere dove  è stato imprigionato per tre anni, e da cui è uscito il 2 agosto scorso grazie all’indulto. A chi gli chiedeva se adesso ha paura, Azouz Marzouk ha risposto, a frasi spezzate: "Non ho paura di nessuno. Se uno ha qualcosa... come ho sentito da voi giornalisti che io ho un debito...che ce l'hanno con me... non lo so... io non ho paura di nessuno". E dopo aver confermato che lui e Raffaella avrebbero voluto dare un fratellino a Youssef, ha aggiunto che "non è vero" quanto è stato scritto sul fatto che i rapporti tra lui e sua moglie non fossero buoni. Infine un messaggio agli assassini della sua famiglia: "Se ce l'avete con me, sono in giro". La verità era molto più vicina. da Erba, Fatima El Afgani

 
 

Garlasco, il fidanzato resta l'unico indagato

Garlasco - A due mesi dalla morte di Chiara Poggi, i Ris cercano di dare un nome e un volto all’assassino. L’unico indagato continua ad essere il fidanzato della vittima, Alberto Stasi. Il giorno della morte di Chiara, Fu Stasi a scoprire il corpo della ragazza. Quello che appare strano è che, dopo aver trovato la ragazza, Alberto ha fatto passare bens ei minuti prima di chiamare i soccorsi. Una prova di colpevolezza potrebbero essere le tracce di Dna ricavate dal sudore dell’assassino e ritrovate sul corpo e sul pigiama della ragazza. Per sapere se il Dna corrisponde a quello di Stasi bisognerà attendere l’esito degli esami dei Ris di Parma che dovrebbe arrivare presto. Non si è riusciti ancora a ricostruire la scena del delitto e poi manca il movente;  la ragazza non aveva nemici. In ogni caso, Alberto Stasi continua a dichiararsi. di Carmen Spanò

 

La contessa Agusta : mistero irrisolto

Portofino - La contessa Francesca Vacca Augusta è stata uccisa con un colpo di spranga in testa ? Assassinata? Suicidata? Il caso non è ancora chiuso dalla Procura di Chiavari. La morte misteriosa di una delle vip al centro di politica affari e mondanità. Il "giallo" della merla continua a gelare l'Italia dei misteri. La Contessa Agusta è stata uccisa, ma da chi e perché. Una delle donne più potenti, porta con sé i suoi segreti.

 

E' uno dei gialli che più ha affascinato l'Italia delle dive, forse degli intrighi e della mondanità. La contessa è stata trovata dopo giorni in mare. La cuoca della contessa Annetta Riccobaldi ha detto, nel 2002, "Altro che suicidio, altro che disgrazia. La contessa Francesca Vacca Agusta non si è tolta la vita". 

 

E allora chi può averla uccisa, la cuoca ha analizzato i tre personaggi che le stavano intorno : "Susanna Torretta, che a quanto ne so io aveva una relazione segreta con Maurizio Raggio e stava per essere sbattuta fuori di casa, era una spia: raccontava tutto a Raggio. Tirso, invece, qualche volta picchiava la contessa a sangue: era un violento.

 

Lui e Francesca avevano deciso di sposarsi di lì a poco in Messico, e la cosa non doveva essere suonata bene a Raggio, che sarebbe stato a quel punto definitivamente tagliato fuori dal gioco". Dunque un complotto? La cuoca aggiunge, "forse è l'idea di cui si può più convincere chi legge il libro. Ma non escludo neanche, però, che Tirso magari possa averla picchiata forte anche quella sera e che accortosi che Francesca aveva battuto la testa, abbia poi deciso di...". da Portofino, Giovanna Votano

 

 

 

Il massacro del Circeo : dubbi sul cadavere di Andrea Ghira

 

Melilla – Sarebbe stata ritrovata in questa piccola enclave spagnola in Marocco la tomba di Andrea Ghira, uno dei tre assassini del massacro del Circeo del 1975, sepolto sotto il falso nome di Massimiliano Testa.
Gli investigatori della Procura di Roma sono risaliti al corpo del latitante grazie ad un parente, sospettato di favoreggiamento, che avrebbe comunicato anche le cause del decesso, avvenuto nel 1994 in Spagna per overdose da stupefacenti.La polizia, che ha già diffuso alcune foto del loculo in cui è sepolto il corpo di Ghira, sta vagliando tuttora qualsiasi pista possibile per cercare ulteriori brandelli di verità in uno degli episodi più densi di mistero della cronaca nera italiana degli ultimi decenni.
Scettiche alcune persone vicine al caso tra cui Donatella Colasanti, l’unica superstite di questa crudele storia, che insiste sulla falsità della scoperta, certa della latitanza di Ghira nella nostra capitale.
Recentemente l’inchiesta sul favoreggiamento di Ghira, affidata al procuratore aggiunto Italo Ormanni e al sostituto Giuseppe De Falco, era giunta a una svolta grazie alla ricostruzione al computer del viso del ricercato da parte degli esperti del Dac, il laboratorio anticrimine della polizia. E grazie al sequestro di alcuni dati negli appartamenti dei parenti, che, dopo vari interrogatori, hanno collaborato al ritrovamento di Ghira. Condannato all’ergastolo, come il suo complice Angelo Izzo, diversamente da Gianni Guido, il terzo che aveva preso parte al massacro con ruolo marginale, e condannato pertanto a 24 anni di reclusione.
Andrea Ghira proveniva da un’ agiata famiglia di costruttori. Quando, il 30 settembre del 1975, mise in atto il massacro del Circeo con Izzo e Guido, era uscito di prigione da soli tre mesi. Nel 1970 era già stato arrestato dalla polizia per manifestazione sediziosa e due anni dopo per minaccia a mano armata e lesioni aggravate. Nel 1973 fu arrestato per rapina e violazione di domicilio e fu condannato a cinque anni.
Gli avvenimenti della villa del Circeo occuparono per molto tempo le prime pagine dei giornali, sia per l’efferatezza del massacro compiuto da giovani rampolli della Roma bene, sia per il coraggio della Colasanti, che s’impegnò per l’arresto dei suoi aguzzini. Sorte non riservata all’amica Rosaria Lopez, trovata morta la notte del 1 ottobre 1975, avvolta in una busta di plastica trasparente nel bagagliaio di una Fiat 127, parcheggiata in Via Pola a Roma. Donatella Colasanti ancora viva, benché in stato di choc, giaceva seminuda e sanguinante al fianco dell’amica.
Le due giovani donne erano state protagoniste della crudeltà dei giovani, che le avevano sequestrate, seviziate, stuprate e percosse fino alla morte in una villa di proprietà di Ghira, conosciuto alcuni giorni prima. Il 29 Settembre 1975, Izzo e Guido, avevano proposto una gita a Lavinio nella villa di un amico. A causa dell’assenza del proprietario, optarono per un’altra villa, quella di Ghira al Circeo. Avvertito quest’ultimo, che aveva procurato delle anfetamine e altri stupefacenti per la serata, Izzo e Guido accompagnarono le ragazze e le rinchiusero, sotto la minaccia di una pistola, in bagno. Nell’avvicendarsi di Izzo e Guido, le ragazze furono costrette a umilianti azioni, senza arrivare alla violenza carnale. All’arrivo di Ghira, presentatosi con lo pseudonimo di Jacques Berenguer, il criminale marsigliese che, nell'aprile del 1975, aveva portato a segno a Roma una serie di sequestri a scopo di estorsione, la situazione precipitò sfociando nell’omicidio della Lopez. Sarebbe toccata la stessa sorte alla Colasanti, se non avesse avuto il coraggio di fingersi morta. I tre, sovreccitati dalla droga, dal sesso e dal sangue, abbandonarono le donne nel bagaglio della 127, dove furono ritrovate dai Carabinieri.
Angelo Izzo e Gianni Guido furono fermati e arrestati la notte stessa. Andrea Ghira, invece, fece sparire subito le sue tracce, che forse solo oggi, dopo 30 anni, sono state ritrovate. di Bruno Tripodi

 

 

 

 

Torino - Il processo per la morte del piccolo Samuele Lorenzi è ripreso in sede di Corte d’appello, Anna Maria Franzoni, rimane l’unica sospettata dell’omicidio del figlio avvenuto il 30 gennaio 2002. L’avvocato Taormina, che difende la Franzoni torna a ripetere “il killer di Cogne ha avuto cinque minuti e dieci secondi di tempo per uccidere Samuele Lorenzi, come è emerso da una simulazione realizzata dal mio staff”. E Taormina, che si dice fiducioso di riuscire a provare l’innocenza della donna ha diffuso un video ricostruendo le possibile mosse di un ipotetico assassino. Il video dimostra che chiunque poteva nascondersi dietro la casa e introdursi per uccidere il bambino senza essere visto e in soli cinque minuti. Il video è stato trasmesso anche dalle emittenti televisive, poiché per la prima volta il processo si svolge a porte aperte con la presenza della Franzoni in qualità di testimone.  Tante le polemiche, anche perché la parte dell’ipotetico assassino è stata interpretata dal marito. Il filmato girato dai carabinieri, riprende quello che in ambienti difensivi viene definito il «piano di calpestio», il pavimento, dove fu commesso il delitto. Le immagini sono ritenute importanti da Taormina, perchè girate, il giorno stesso del delitto, prima che i militari facessero entrare nella stanza la testimone principale, la psichiatra Ada Satragni. Il video è stato mostrato ai giudici, per la prima volta, durante l'inchiesta Cogne bis, per Taormina resta uno degli elementi portanti della difesa che potrebbero portare all'assoluzione di Anna Maria. La Corte potrebbe accettare tutte o almeno parte delle richieste della difesa, scaturite dalla presentazione di questo filmato. A questo punto, ci sarebbe un rinvio del processo anche per attendere gli esiti del procedimento 'Cogne bis' previsti per la fine del mese. Come seconda ipotesi la Corte potrebbe rigettare le richieste della difesa e decidere di proseguire il processo. In tal caso, ma sembra l'ipotesi meno probabile, la sentenza potrebbe arrivare in pochi giorni. Terzo scenario: si potrebbe decidere di riaprire il processo con la presentazione di nuove prove, incluse quelle del 'Cogne bis'. In questo caso, il processo slitterebbe di almeno un paio di mesi. E qualora i giudici dovessero confermare la decisione dei colleghi di primo grado e convalidare la condanna a trent'anni alla Franzoni per l'omicidio del piccolo Samuele, la sentenza non sarebbe comunque esecutiva. Manca infatti il terzo grado din giudizio, quello della Cassazione, solo dopo sarebbe tutto forse finalmente finito.

da Torino, Bruno Tripodi

 

Torino – Il processo Cogne è ormai ufficialmente una maratona giudiziaria. Gli spettatori raggiungono le porte del tribunale della Cassazione sin dalle prime luci del mattino pur di assistere alle udienze. Il dibattito valuta la necessità di una nuova perizia psichiatrica chiesta dai giudici della Corte, che hanno respinto un’istanza dell’avvocato Taormina che difende Annamaria Franzoni. La donna accusata di aver ucciso, quattro anni fa, il figlio Samuele. Nell’udienza del 19 dicembre la Corte conferirà ad un esperto tedesco una nuova perizia sulle macchie di sangue ritrovate nella stanza del delitto. Sarà una commissione di quattro esperti (Gaetano De Leo professore ordinario di Psicologia giuridica e sociale dell'Università di Bergamo, Ivan Galliani professore associato di Criminologia e difesa sociale dell'Università di Modena, Franco Freilone, specialista in Psichiatria all'Università di Torino e Giovanni Battista Traverso professore di Psicopatologia forense dell'Università di Siena) che in novanta giorni dovranno valutare la personalità di Annamaria Franzoni. Sono stati attaccati in aula dallo stesso Taormina. La dona, in un primo momento, non sembrava esser disponibile ad effettuare i nuovi esami, ma poi si è rassegnata a quanto ordinato dalla Corte. Per Taormina il lavoro degli specialisti sarebbe una semplice perizia psicologica, inammissibile nel nostro ordinamento e afferma con forza: «la perizia è illegale e rovescia la logica giudiziaria». Ma per i giudici rimangono i dubbi sul test che al processo di primo grado stabilì la donna sana di mente. Del resto, lo stesso Taormina, nel ricorso in Appello, riteneva opportuno un approfondimento. Polemiche sulla decisione di non ascoltare in aula la psichiatra Ada Satragni, la prima persona a giungere sul luogo del delitto. La donna che prestò le prime cure a Samuele e che parlò di aneurisma e che per Taormina sarebbe una testimone favorevole alla sua assistita. Taormina intanto attacca i periti. di Giovanna Votano

 

 

 

Mazara del Vallo - Un collaboratore di giustizia, un pregiudicato, Giuseppe Dassaro, ex compagno di Rosalba Pulizzi, zia di Denise, ha rivelato che la bambina sarebbe stata portata a casa della zia Rosalba. Poi la bambina avrebbe accusato un malore e le sarebbero stati dati dei tranquillanti che ne hanno provocato la morte. Denise sarebbe stata portata fino a Palermo dentro una borsa di quelle usate dai calciatori, e infine messa da Rosalba Pulizzi dentro un congelatore. Dassaro sostiene che la stessa Rosalba Pulizzi ha incaricato l’ex compagno, all’epoca marito a liberarsi del corpo. Ma questa versione comunque non convince gli inquirenti né tanto meno Piera Maggio, madre della piccola. Denise Pipitone, di quattro anni, sparì tre anni fa, il primo settembre 2004. Era nel cortile di casa a Mazara del Vallo, giocava con gli amichetti quando di si sono perse le sue tracce. Da quel giorno sono stati aperti dalla Procura tre fascicoli riguardanti l’inchiesta. Il primo per Jessica, la sorellastra di Denise, accusata di sequestro di persona. Il secondo per Gaspare Ghaleb accusato di falsa dichiarazione ai pm. Il terzo fascicolo infine è stato aperto a carico di ignoti. di Chiara Filardi

 

 

Omicidio Fortugno : la verità dall'esame di tabulati telefonici

 

Locri - Nuovi indizi sono stati forniti per l’inchiesta sull’omicidio di Francesco Fortugno, il vicepresidente del Consiglio Regionale della Calabria, ucciso domenica 16 ottobre da sei colpi di pistola esplosi da due sicari, mentre usciva da un seggio delle elezioni primarie a Locri.  Dai tabulati telefonici, esaminati dalle forze dell’ordine, Fortugno avrebbe avuto ben trentuno colloqui con Pansera, genero del boss Giuseppe Morabito, noto agli inquirenti come “tiradritto”. Risultano telefonate, risalenti al 1996 e al 1999, con altri affiliati della cosca dei Morabito, Domenico Attinà e Leone Bruzzaniti. Ora l’attenzione della Magistratura è rivolta al settore sanitario, sull’appalto per la ristrutturazione dell’ospedale di Locri. Secondo l’opinione più diffusa, il delitto vuole essere un preciso monito per i rappresentanti al vertice del Consiglio Regionale. Di certo, l’episodio criminoso ha richiamato l’attenzione nazionale delle più alte cariche dello Stato sul problema  della mafia in generale, e della ‘ndrangheta in particolare, fenomeno che condanna la Calabria all’arretratezza.  Il Presidente della Repubblica, nel discorso tenuto ai giornalisti il 21 Ottobre, tra l’altro ha affermato: “La mia presenza vuole essere un atto doveroso alla figura di Francesco Fortugno, al suo impegno politico e civile”. Ciampi  ha incoraggiato i calabresi a sconfiggere la criminalità organizzata e  a non darsi per vinti. Non è mancato l’intervento del Ministro dell’Interno, Giuseppe Pisanu, il quale ha rassicurato tutti sulla presenza dello Stato in  Calabria.  “Questo delitto atroce - asserisce -  rende tragica l’immagine di una regione in cui la criminalità organizzata esercita incontrastata il proprio potere”. Anche gli studenti sono indignati: numerose  sono state le manifestazioni di protesta da parte dei giovani della Locride che hanno inneggiato al ricordo di Falcone e Borsellino. Ora affidano le loro speranze al neo-procuratore anti-mafia Piero Grasso. da Locri, Danila Zindato  

 

 

 

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