Associazione   Premio   Festival   Giornale  Due Sicilie  

     


Cinema

"Quarto Potere" (Usa, 1941) di Orson Welles

"Tutto su mia madre" (Francia, Spagna, 1999) di Pedro Almodovar

"L'albero di Antonia" (Gbr, Olanda, Belgio, 1995) di Marleen Gorris

"Heimat 2" di Ritz Edgar (Germania, 1992); la melodia dei sogni realizzati

"C'era una volta in America" di Sergio Leone (Usa, 1984)

 

Il Capolavoro : "Quarto Potere" di Orson Welles

  Titolo originale : "Citizen Kane"

   ("Quarto Potere")

   anno di produzione : 1941

   stato : Stati Uniti

   casa produttrice : RKO

   regia : Orson Welles

   sceneggiatura : Herman Mankiewicz, Orson

   Welles

   attori : Gregg Toland, Bernard Herrmann,

   Orson Welles

 

Il film che i critici e il pubblico hanno definito il capolavoro assoluto del cinema mondiale. Inventato, girato e interpretato da uno dei geni dell'arte del Novecento, Orson Welles. Artista atipico, aveva già stupito il mondo con il programma "La guerra dei mondi", in cui immaginava una diretta radiofonica di un'invasione di extraterrestri. Gli Stati Uniti furono assaliti dal panico. Ma Welles è molto di più e lo dimostra in questo film, di cui Lejeune ha detto "probabilmente il più eccitante film prodotto mai da Hollywood negli ultimi venti anni e forse il più eccitante film mai pensato da mente umana". Ha il passo del documentario, utilizza una serie di tecniche filmiche che saranno riprese negli spot delle campagne elettorali statunitensi perfino negli anni Novanta. Il ricco cittadino Kane, grande editore, muore e lascia un segreto, la parola "Rosebud". Un giornalista si incarica di scoprire questo mistero. E per farlo deve scavare nella vita del magnate. E qui il pubblico viene assorbito completamente dalla storia, ogni passo è un colpo di scena. E dietro ogni passo della vita di uno stimato e potente uomo d'affari si scoprono le pieghe sottili del "male" del potere, in questo caso, della stampa. Un potere nascosto, silenzioso, ma che miete più vittime di una bomba al plutonio. Una critica apparentemente leggera, ma corrosiva sui poteri della comunicazione.

Kirk

 

 

Cineforum : "Tutto su mia madre" di Pedro Almodovar

  Titolo originale "Todo sobre mi madre"
(Francia, Spagna, 1999)
Regia e Sceneggiatura : Pedro Almodovar
Produttore: El Deseo, Renn Production
Interpreti:  Cecilia Roth (Manuela), Penélope Cruz (Rosa), Marisa Paredes (Huma), Antonia San Juan (Agrado), Candela Peña (Nina), Rosa María Sardá (Madre di Rosa), Eloy Azorín (Esteban), Toni Cantó (Lola), Carlos Lozano (Mario), Fernando Fernán-Gómez (Padre di Rosa), Fernando Guillén (Attore)

 

“Tutto su mia madre” di Pedro Almodovar, storia di donne (vere ed improvvisate) accomunate dal dolore e dalla diversità. Valori forti come la maternità e l’amore, sono contestualizzati in una realtà tutta moderna, che esce dalla normalità benpensante. La storia di una donna che sposa un transessuale da cui fugge quando resta incinta. Una serie di coincidenze e soprattutto la morte del figlio la portano a spostarsi da Madrid a Barcellona, da dove era fuggita qualche anno prima, per ritrovare l’amante (che intanto si era ammalato di aids). È la storia di un viaggio o per meglio dire di una “fuga”. Fuga da un passato di scelte, di vita e di morte. Realista fino allo sfinimento, in una commistione di comicità e dramma, il film è dominato dal motto :”La vera autenticità non sta nell’essere come si è, ma nel riuscire a somigliare il più possibile al sogno che si ha di se stessi”. Emblematico il fatto che a pronunciare questa frase sia un trans, causa delle vicende del film. Come al solito Almodovar dissemina nella sua opera una serie di citazioni, in questo caso di altre opere famose come ad esempio “Eva contro Eva” (titolo originale “All about Eve”, da cui ha trattoli nome del suo film) ed “Un tram chiamato desiderio”. Le inquadrature aderiscono, con la loro essenzialità, allo stile crudo del film. Interpretato e diretto sapientemente da Almodovar, è consigliabile ad un pubblico aperto alla diversità. di Luana Palombo e Noemi Ciano

 

 

Cineforum : "L'albero di Antonia" di Marleen Gorris

 

Titolo originale "Antonia's line"
(Olanda, Belgio, Gran Bretagna, 1995)
Premio Oscar 1996 come miglior film straniero
Regia e sceneggiatura: Marleen Gorris
Fotografia: Willy Stassen
Montaggio: Marina Bodbijl, Wim Louwrier, Michiel Reichwein
Scenografia: Harry Ammerlaan
Musica originale: Ilona Seckaz
Suono: Dirk Bombey
Costumi: Jany Temime
Produttore: Hans De Weers
Interpreti: Willeke Van Ammelrooy (Antonia), Els Dottermans (Danielle), Veerle van Overloop (Thérèse), Mil Seghers (Dito Storto)

 

L'amore di Sarah

Sarah una bambina di sette otto anni, parla della sua bisnonna Antonia, che quando sta per morire chiama al suo capezzale tutta la sua famiglia e le persone che ha amato. Un lungo flash back, il presente diventa ricordo del passato. 1945, Antonia ancora giovane con sua figlia Danielle di venti anni, torna nel suo paese di origine in Olanda per assistere alla morte della madre. Nonostante l’ipocrisia dei cittadini del borgo, la donna riesce a costruire attorno a se una comunità. Comincia ad ospitare personaggi strani e handicappati, emarginati dal resto del paese tra questi Willem Lo Scemo, sfruttato dai contadini del villaggio, Deedee una ragazza ritardata, violentata dal fratello e maltrattata dal padre; un prete libertino, Letta, una donna permanentemente incinta; Dito Storto, il filosofo del villaggio, rinchiuso in casa dalla fine della grande guerra, la figlia di Danielle, Thérèse una ragazza dalla spiccata intelligenza, molto affezionata a Dito Storto che le farà da educatore, e Sarah, figlia di Thérèse bimba vivace e sensibile. Gli uomini nel testo hanno “importanza” ed hanno tutti una cosa in comune quella di essere usati come degli oggetti: Il giovane belloccio di città serve a Danielle solo per rimanere incinta, Ras, un anziano contadino che chiede ad Antonia di sposarlo per allevare i suoi tre figli maschi, viene accettato solo nei limiti di un rapporto extramatrimoniale che ha come unico scopo quello di soddisfare i bisogni sessuali della donna. Il prete spretato viene sedotto da Letta non perché lei desideri un uomo, ma perché ha bisogno di un uomo per soddisfare il suo continuo desiderio di procreare. Ma quando Letta muore, l'uomo abbandona il villaggio insieme a suoi dodici figli, probabilmente la presenza di quest’ultimo rischiava di compromettere gli equilibri di potere creatisi nella casa di Antonia. A questi uomini via via allontanati dal mondo della Gorris, si aggiungono altre figure maschili più marginali, tutte negative: il prete cattolico, bigotto e falso. Pitte, il più anziano dei figli di una famiglia locale, è uno psicopatico e uno stupratore e Janne, suo fratello, che lo uccide per appropriarsi dell'eredità paterna. In effetti il sesso maschile non fa certo una bella figura in questo film di donne realizzato da una donna, che anzi, contrappone con forza i personaggi femminili, intelligenti, autonomi, fantasiosi e dinamici, a quelli maschili, ottuse macchine utili solo alla riproduzione della specie. Non viene salvato nemmeno Dito Storto, l'amico di Antonia, con la sua incapacità di vivere la vita vera rinchiudendosi negli studi, morirà impiccato. Le morti e le nascite come le stagioni si susseguono nel film come una danza rituale, che ha un ciclo infinito. Le immagini che l’autrice fa pervenire a nostri occhi sono bellissime: i colori del cielo e della vita di campagna accompagnano i momenti lieti o drammatici del film. Particolare attenzione si deve dare al surrealismo del racconto: con angeli che si muovono morti che risorgono crocifissi che parlano e cantano, visti dagli occhi di Danielle e da quelli della piccola Sarah, servono a dare un po’ di ironia al racconto e fungono da consiglieri. Nel film tutto è accettato tranne la violenza che porta dolore e rabbia allo stesso tempo. L’amore è vissuto con grande armonia e felicità: ne è esempio il rapporto omosessuale tra Danielle e l’istitutrice di Thérèrese. Antonia, riesce a compire un’opera straordinaria quella di creare in una società patriarcale un mondo di donne. “E nell’ attimo in cui tutto finisce” - morte di Antonia – niente finisce…. – Poiché Sarah, sarà forte dell’esperienza accumulata in quattro generazioni di donne.di Stefano Forgione
 

Storia di cinque generazioni

Nel film "L'albero di Antonia", viene narrata la generazione storia di cinque generazioni di donne. Costituendo una grande famiglia, o per meglio definirla una piccola società. Quotidianamente si fa esperienza diretta della vita familiare, cioè essere membro di una famiglia ,una sorta di piccola società, una comunità formata da genitori e figli. In famiglia i figli sono cresciuti ed educati, i genitori se ne occupano non solo provvedendo alle loro necessità ma anche aiutandoli a risolvere i loro problemi, stando loro vicini, consigliandoli, dialogando con loro. E' soprattutto in famiglia che i figli si formano, acquistando quei valori in cui credere e imparando quei doveri e quei diritti che caratterizzano la vita nella società. Il nucleo famigliare di oggi è comunque molto diverso da quello del passato: è cambiato in termini di composizione, di dimensioni e di funzioni; sono cambiati i rapporti tra moglie e merito e tra genitori e figli; si sono trasformati i modi di esprimere i sentimenti e di organizzare la vita quotidiana; è mutata, infine, che ciascuno di noi e la società nel suo complesso ha della famiglia. I modelli di famiglia, le loro caratteristiche e le loro trasformazioni nel corso degli anni possono essere studiati anche attraverso le immagini. La stragrande maggioranza di famiglie oggi è composta solo di genitori e figli ma non è sempre stato così. in Italia nello scorso secolo, prima dell'industrializzazione, la società era fondata quasi esclusivamente sul lavoro agricolo. La maggior parte delle famiglie contadine rappresentavano delle vere e proprie aziende economiche, unità produttive e di consumo. La famiglia si identificava con tutti i membri di questa azienda che vi lavoravano e vi abitavano. Questi membri non erano necessariamente parenti, vi erano anche servi e apprendisti. Il compito di servi e apprendisti era di lavorare nell'azienda. Il padrone nei loro confronti esercitava anche un'autorità paterna; si preoccupava della loro crescita, della loro educazione morale, dei loro matrimoni. Se i servi erano assimilati ai figli, i figli e la moglie erano considerati parte dell'azienda come i servi e nei loro confronti il capofamiglia si comportava da padre ma anche da padrone. I sentimenti familiari e l'amore coniugale non erano elementi importanti, i matrimoni erano per lo più combinati e l'amore familiare era considerato l'adempimento di un dovere. Nelle famiglie aristocratiche, in cui il rapporto familiare era dato più dal rapporto di sangue che dalla coabitazione cioè dall'abitare con gli altri e dall'affetto, i matrimoni erano mezzi per consolidare il prestigio o acquisire proprietà, ricchezze, titoli e potere. La composizione e la funzione della famiglia cambiarono moltissimo con l'industrializzazione: i membri della famiglia venivano ora assunti come singoli individui in cambio di un salario e quindi non avevano più bisogno di lavorare tutti insieme e i giovani formavano nuovi gruppi familiari fuori dall'ambito della famiglia d'origine. Certo quella "estesa" non sparì del tutto: nelle campagne, in Italia, sopravvisse, per esempio, fino agli anni cinquanta. Ma con lo sviluppo economico, il processo migratorio del Sud agricolo al Nord industrializzato, coinvolse milioni di persone, con i conseguenti cambiamenti di mentalità. Il modello di famiglia ristretto o coniugale divenne gradualmente quello prevalente sia in città sia nelle zone rurali. di Carlo Ieraci
 

Le mura di Antonia

"A volte basta poco per stare meglio, a volte basta solo il coraggio di essere se stessi". E' la società a stabilire cos'è moralmente giusto e cosa no, è la società a stabilire i tabù. L'omosessualità, o anche, semplicemente il sesso, al di fuori del matrimonio, è tabù; e solo chi ha il coraggio di uscire dai recinti creati da una cultura troppo moralista riesce a vivere in pieno una vita che non d à il tempo di aspettare. Nel film "L'albero di Antonia", di Marleen Gorris, viene illustrata la vita di cinque generazioni di donne, tutte e cinque con la voglia e la forza di ribellarsi agli antichi schemi di paese. E nella grinta e nella personalità della protagonista, nei colori candidi, nonostante i temi, nella voce forte di quelle donne che troppo spesso dovevano sottomettersi ad una mentalità maschilista; vengono messi a confronto due modi di vivere. Quello estraneo a proibizioni e tabù, e quello chiuso nelle maestose mura di una casa, "mura" che ostacolavano un forte amore, "mura" che servivano a dividere due religioni diverse. Nei sogni dei ragazzi, nella loro voglia di cambiare il mondo, non possono esistere verità assolute alle quali non bisogna ribattere, negli occhi dei giovani, quelli che cercano la libertà. In quegli occhi che vedono i morti ballare gioiosi e i Santi staccarsi dalla dura immagine marmorea e iniziare a fare qualcosa di "pazzo", di normale. In quegli occhi c'è solo tanta voglia di uscire dai canoni di un'educazione impartita da una cultura, c'è voglia di cominciare a vivere, senza stupidi impedimenti. E come i falchi in catene non possono sopravvivere, così un individuo cerchiato racchiuso dalle possenti mura del tabù non può resistere a lungo. di Paola Seminara
 

Un albero di musica e luce

Un film di Morleen Gorris, ambientato alla fine della seconda guerra mondiale.Narra la storia di alcune donne che vivono in maniera autonoma.La protagonista è Antonia, una donna con grande forza d’animo e molto coraggio, la quale mantiene la famiglia, crescendo nipoti e figli, senza l’aiuto di nessun uomo al suo fianco, ma basandosi solo sulle proprie forze.Nel film, anche se tutto si svolge in un piccolo paesino di campagna, con pochi abitanti, rispecchia la società odierna:violenze, soprattutto sui minori, problemi etici come il matrimonio, rapporti tra uomo e donna o tra donne e così via. La musica che si ascolta durante alcune scene, coinvolge maggiormente il telespettatore, e fa in modo che ci si possa immedesimare meglio nelle vicende. Quando, ad esempio, ci sono alcune scene di violenza, esso aumenta di tonalità, suscitando un forte brivido e provocando una grande tensione. Anche la luce trasmette messaggi ben precisi.Si fa più forte o più lieve a seconda delle vicende, ciò fa denotare meglio degli oggetti che potrebbero avere un significato profondo.Uno di questi oggetti è il cancello della casa di Antonia.Esso è sempre aperto, ciò simboleggia l’accoglienza che viene data a chiunque anche non facente parte della famiglia. O ancora, la luce che viene proiettata sul volto di un attore, ombrosa o oscura quando il regista vuol far notare al pubblico la tristezza o la malinconia del personaggio; splendente, quasi come il sole, quando c’è allegria, serenità o la semplicità e la purezza di un bambino. Gli abiti sono abbinati in modo perfetto a seconda dello stile del personaggio, del luogo o dell’epoca.Ad esempio: Antonia ,quando arriva nel paesino dov’è nata, indossa abiti eleganti, ciò sta a significare che proviene dalla città. Oppure,dopo essersi trasferita in campagna inizia ad indossare degli abiti sconci, a pettinarsi in modo diverso e così via.Tutto ciò simboleggia la bontà o nobiltà d’animo della donna, o ancora, la buona volontà nell’adattarsi ad ogni situazione. Il passare dei giorni dei mesi e degli anni si nota anche dalle immagini delle stagioni, che vengono messe in primo piano con una luce adatta.Ad esempio, per l’estate c’è un immagine di un albero in fiore con una forte luce quasi accecante, come se ci volesse far notare il caldo clima e la giornata splendente. Il film è così vicino alla realtà, che riesce a portare il telespettatore ad una riflessione accurata, facendogli capire che ogni attimo della vita deve avere l’importanza che meritata. di Maggie Mercuri


 

Olga la Rossa

Uno dei film che riesce a rispecchiare al meglio i lati della nostra società che noi rifiutiamo di accettare è “L’Albero di Antonia”. Film curato nei minimi particolari sia per quanto riguarda il nel testo che e nella sceneggiatura. Il film in parte è narrato da una delle protagoniste, la scena iniziale venne ripresa alla fine. Si tratta di una donna che alla fine della seconda guerra mondiale, ritorna nel suo paese da sua madre che stava per morire. Lei si chiamava Antonia e la figlia Daniel, le due donne si stabilirono definitivamente la dopo la morte della madre di Antonia. I loro amici erano: un uomo che si nutriva di cultura il quale lo chiamavano Dito Storto e Olga la rossa, in un secondo tempo se ne aggiunsero molti altri. Gli eventi narrati in questo testo sono: donne che sfruttano gli uomini per avere figli a loro insaputa, violenze all’interno delle famiglie e al di fuori, rapporti sessuali tra donne, affetto profondo che con il passare del tempo si dilata in modo considerevole. Ogni scena o singolo oggetto facente parte di questo film ha un grosso significato che riesce a trasmettere al telespettatore con una straordinaria semplicità, come ad esempio il cancello della casa di Antonia che è sempre aperto tranne nel momento in cui lei esce con il fucile in cerca di vendetta, oppure il susseguirsi delle stagioni che rappresentano lo scorrere del tempo, e altri. La musica, le scene e il linguaggio sono amalgamate così bene da far sembrare tutto così reale e “normale”, anche se alla fine poi lo è, da far scomparire anche solo per un momento i pregiudizi dalla nostra mente. La volontà che hanno queste donne di farcela in qualsiasi cosa senza l’aiuto degli uomini e i figli che non chiedono un padre, vogliono sottolineare la poca importanza degli uomini che si limita a scopi personali. La loro famiglia è formata da singole persone che sono accomunate dalla voglia di farcela e di vivere come preferiscono senza paura di pregiudizi. Alla fine muoiono più della metà di loro, mentre gli altri prendono altre strade, in fondo tutto questo anche se ci rifiutiamo di crederci, esiste e esisterà sempre qualcuno contro, fa parte della vita e dell’uomo. di Samuela Dromì

 


L’ educazione di Antonia

I personaggi principali del film “L’albero di Atonia” sono donne.Non mi è piaciuto tantissimo, non è il tipo di film che preferisco guardare.Ma mi è stato utile per avermi fatto pensare a come la società sia cambiata con il tempo e mi ha fatto riflettere per poter così confrontare il mondo degli anni 45/50, epoca in cui è stato ambientato il film, con quello odierno. La cosa strana era il modo di vivere di quelle donne che si ritenevano capaci di svolgere bene il ruolo di entrambi i genitori e per questo nel film non vi è la presenza dei loro mariti. Esse portano avanti la famiglia badando al mantenimento ed all’educazione dei figli in maniera autonoma. Questi non sentono proprio la mancanza d’affetto del proprio padre poiché non hanno mai avuto modo di conoscerlo. Ciò non costituiva un problema per loro. Infatti, studiano, lavorano e mettono in atto ciò che vogliono riuscendone anche bene. Oggigiorno la mancanza di un uomo nella famiglia non è un evento affatto piacevole. I figli dovrebbero crescere contemporaneamente con entrambi i genitori. Una donna senza il proprio uomo non è per così dire “completa”, perché il bisogno di tutti è avere accanto la persona alla quale si tiene di più nella vita, con cui poter dividere ogni attimo di essa. Così come per i figli i quali se non dovessero avere uno dei genitori, specie la figura del padre, sarebbero più deboli e più fragili degli altri. Grazie al cielo io ho due splendidi genitori che sanno amarmi e che con le loro fatiche e iniziative sono sempre pronti ad incoraggiarmi ad andare avanti nel lungo e faticoso cammino della vita. di Fedele Damiano

 

Cineforum : "Heimat 2, cronache di una giovinezza"; la melodia dei sogni realizzati

 

Titolo originale "Die zweite Heimat - Chronik einer Jugend"
(Germania 1992)
Regia :
Edgar Reitz
Durata :
25 h 32 minuti
Interpreti:
Henry Arnold, Salome Kammer, Franziska Traub, Daniel Smith, Peter Weiss, Hannelore Hoger, Anke Sevenich, Noei Steuer, Michael Seyfried, Laszlo I. Kish, Frank Roth

 

Heimat 2, di Ritz Edgard, è la cronaca di una giovinezza; della giovinezza delle prime canzoni pop. Una vita strana, eppure, è la vita di tutti, o meglio, è la vita di tutti quei giovani “ribelli” che negli Cinquanta-Sessanta decisero di comunicare a tutti il proprio stato d’animo. E’ la vita di quei giovani che diedero il via alle prime “radio pirata”. Iniziarono ad urlare, per dare sfogo ad una gioventù soffocata da troppe regole morali, dalla religione, dalle usanze paesane. Continuarono ad urlare, per riuscire a comunicare mille emozioni. Capirono di avercela fatta. Ripartirono. Dimenticarono. Si persero fra le lacrime di una nostalgica pioggia, ripeterono il "tic-tic" di quelle gocce; capirono di avercela fatta. Negli occhi del protagonista vengono fusi tutti gli sguardi dei ragazzi, ognuno con una luce diversa, ma tutti luminosissimi. Ognuno con un sogno diverso. Nelle note delle melodie vengono fusi i toni forti di una gioventù che vuole uscire dagli schemi prefissi e, la dolcezza dell’amore. La lingua, che si differenzia da persona a persona, viene sostituita, da un nuovo linguaggio, altrettanto espressivo, viene sostituita dalla musica. Tutto fa pensare ad una nuova vita. Fra un gioco di luci ed ombre, fra un gioco di colori, sempre forti ed intensi; fra un alternarsi di periodi stabili, piatti e di periodi “esplosivi” nei quali ogni sogno inizia a guardare al cielo. Fra un alternarsi di bianco e nero e di colori, quasi, accecanti; una nuova melodia inizia a trasportare, l’osservatore, a Monaco, la capitale dei mille colori. Non bisogna conoscere il tedesco per poter capire il film, sottotitolato; i suoni e le immagini riescono a tradurre in pieno le parole. Viene sottolineata la differenza fra la rassegnazione di una donna, ormai adulta, che si esprime con suoni deboli e la voglia di “trasgredire” di un giovane che regala suoni forti e veloci. L’io narrante, i pensieri, che vengono resi udibili, donano l’incredibile sensazione di sentirsi “presenti” e protagonisti di quella vita. Tutto si chiude fra le righe di una lettera, con poche parole; quelle stesse che fanno capire quanto la vita, a volte, può essere ingannatrice; quanto può far male fidarsi di qualcuno; quelle stesse che fanno capire, come ancora una volta la cultura ha vinto. Ma non bisogna arrendersi; bisogna accettare la sconfitta e, ripartire. Tutto si può cambiare; si può modificare l’accento che ricorda il dialetto, si può mutare il modo di vivere; si può vincere ancora una volta. La vita non può fermarsi al primo ostacolo. L'amore non può essere solo per un'altra persona. L'amore, un sentimento non si può limitare. L'amore, un sentimento così forte, trova la sua casa fra le note di una melodia, fra le lettere di una poesia. Tutto è amore; tutto si può amare. Una carezza, un bacio, una semplice stretta di mano, un sorriso, uno schiaffo, un pugno tutto racchiude amore. Ma l'amore, a volte, fa star male. Saper di non poter vivere con la persona amata. Saper di non poter vivere senza un amore.  Cercare qualcosa a cui dare tutto se stesso, cercare qualcosa da amare. Trovarlo nella musica. Giurare davanti ad una Croce, quella che aveva distrutto ogni cosa, che null'altro oltre alla musica, verrà amato. Accorgersi che è difficile; ma continuare. Iniziare ad amare ogni piccola sfumatura, come di una persona, non si amano solo gli occhi, i capelli, ma si ama ogni cosa; così per la musica, amare ogni suo aspetto. Accorgersi che ormai nulla può ostacolarti; hai l'amore, hai il mezzo più potente per comunicare, hai la musica. Capire di avercela fatta. Ripartire. di Paola Seminara

 

 

Cineforum : "C'era una volta in America " di Sergio Leone

Titolo originale : "Once upon a Time in America"

   ("C'era una volta in America")

   anno di produzione : 1982

   stato : Stati Uniti

   regia : Sergio Leone

   musiche : Ennio Morricone

   attori :  Elizabeth McGovern, James Woods, Robert De Niro, Treat Williams, Joe Pesci, Burt Young, Tuesday Weld, William Forsythe, Robert Harper, Richard Bright, Danny Aiello, Mario Brega, Olga Karlatos, James Russo, Paul Herman, Jennifer Connelly

 

Giovani gangster

La vicenda di “C’era una volta in America” abbraccia un arco di storia di quasi mezzo secolo, diviso in 3 momenti: 1922-23, quando i protagonisti sono ragazzini; 1932-33, quando sono diventati una banda di giovani gangster; 1968, quando Noodles (Robert De Niro), ritorna a New York alla ricerca del tempo perduto. E’ un film di morte, violenza, piombo, sangue, paura, amicizia virile, tradimenti. E di sesso. In questa fiaba di maschi violenti, le donne sono maltrattate; la sessualità è legata all'analità, alla golosità, alla morte, soprattutto alla violenza. E’ l'America vista come un mondo di bambini. Piccolo gangster senza gloria, Noodles diventa vero protagonista alla fine quando si rifiuta di uccidere l'ex amico Max. Soltanto allora, ormai vecchio, diventa uomo. Il Noodles anziano è una proiezione di quel che Noodles, allucinato dall'oppio, ha sognato nella fumeria.



L'urlo e l'oblio

Quando si ha voglia di urlare, quando si ha voglia di rimanere nella dolce spensieratezza dei fanciulli, quando ci si accorge che è troppo tardi per tornare indietro, ma troppo duro andare avanti, quando ci si rende conto di star vivendo. E' in questo momento che si inizia a fare di tutto per cercare di dimenticare e, nell'oblio, si ritrovano solo ricordi. Ricordi di un'allegra giovinezza destinata a sparire in un buio tunnel mentre viene tritata come spazzatura; ricordi di una vita che si confonde con maschere ed ombre; ricordi di una vita che si alimenta in una stazione ma che dopo viaggi e scoperte, dopo gioie e dolori, è destinata a fermarsi insieme a quel treno che l'aveva vista crescere. Fra immagini "rubate" all'America degli anni '30/'40, fra musiche dai suoni duri e dolenti, fra scene di paura e violenza, fra colori di sangue e morte ci si rende conto che l'unica cosa da fare per sopravvivere è diventare grandi già da piccoli. In una società decorata da ogni comodità, queste parole potrebbero sembrare deliranti, ma la vita, in fondo, è solo una corsa e vince chi inizia prima ad allenarsi. Nel film "C'era una volta in America", il protagonista, Robert De Niro, con un tono di voce basso e, quasi, soffocato; con espressioni reali; riesce a rendere in pieno il dolore di una vita finita troppo presto, perché non si muore quando il cuore smette di battere, ma, quando gli occhi smettono di sognare. E, non è facile sognare fra cadaveri, intesi come semplici ricordi; fra delusioni. Non è facile sognare quando si sa che le vette saranno raggiunte solo fra crimini e omicidi. Nel rimpianto di tutto ciò che non si potrà mai più cambiare, di tutto ciò che non potrà tornare; ci si accorge di quanto sia stato inutile vivere. E come per le ombre cinesi, dai lineamenti non definiti, dalle figure sfumate di una vita breve, fatta solo di lotte; ci si rende conto che anche tutto quel correre, quel viaggiare è solo stata un'inutile tappa che sparirà con la morte. Tutto è destinato a fermarsi; in eterno rimarrà solo l'immagine sfumata del riso isterico, ironico e colmo di rabbia e di dolore, dell'ultimo istante; quando ci si rende conto di essersi fermati.
di Paola Seminara

 

 

Associazione   Premio   Festival   Giornale